19 Aprile 2024

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L’Aquila, allarme Confcommercio per chiusura attività

Nell’ultimo decennio le città hanno perso il 13% dei negozio rimpiazzati da bar, ristoranti e hotel che crescono di un quinto. Una crisi che non risparmia le bancarelle perché gli ambulanti calano del 9 per cento. È quanto emerge dalla ricerca di Confcommercio «Il ruolo del Commercio e del turismo per il rilancio delle città», che ha scandagliato 120 comuni di medie e grandi dimensioni.

La classifica è chiusa da L’Aquila che tra il campione osservato è quella a maggiore «rischio di declino commerciale», dopo il terremoto.
Prima del capoluogo abruzzese ci sono anche Gorizia (penultima), Ascoli Piceno, Genova, Chieti, Ancona e Biella.

Se crisi, calo dei consumi, e-commerce e problemi di ricambio generazionale fanno abbassare molte saracinesche altri settori registrano un exploit: riescono a resistere i negozi di prossimità nei centri storici mentre accelerano gli store di telefonia e computer (+26%) e le farmacie (+29%).

Sempre nei centri chiudono i negozi di:
vestiti e calzature (-15,4%);
di libri e giocattoli (-22,9%);
di mobili e ferramenta (-23,2%);
distributori di benzina (-27,9%).

«Stimiamo che il 70-80% della riduzione del totale numero dei negozi non sia dovuto alla crisi dei consumi – spiega il direttore dell’ufficio studi di Confcommercio, Mariano Bella – ma a razionalizzazioni e scelte imprenditoriali per l’insufficiente redditività, oltre alla competizione di commercio elettronico, centri commerciali e outlet».

In periferia le dinamiche del commercio sono attenuate rispetto a quelle dei centri storici, anche per effetto del calo maggiore dei canoni di locazione: il commercio in sede fissa cala del 10,3% nel decennio nelle periferie, quello ambulante del 14,4% mentre alberghi, bar e ristoranti crescono del 17,7%.

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