Lorenzo Necci

Sono passati 15 anni dalla scomparsa di Lorenzo Necci, venuto a mancare prematuramente e tra i più grandi manager pubblici del nostro Paese, essendo stato al vertice di società come Eni e Ferrovie dello Stato, nonché anticipatore dei grandi processi di sviluppo.

Nel giorno dell’anniversario, la figlia Alessandra, storica e scrittrice di fama nazionale, ricorda, in un’intervista esclusiva rilasciata a Spraynews, una figura, che per visione può essere considerata alla pari di Enrico Mattei.

Spesso il ricordo avviene solo in determinate occasioni. E’ d’accordo?
«L’Italia ha un rapporto difficile con la memoria dei grandi uomini e delle grandi donne, nonché degli avvenimenti perché spesso rischia di diventare selettiva. Ci sono personaggi che in un certo senso sono stati espulsi dalla cornice della storia, pur avendo dato un contributo fondamentale. Non possiamo dimenticare coloro che hanno reso grande il Paese. Per ciò che concerne mio padre, questo concetto è assolutamente valido. Veniva da una storia dell’Italia migliore, quella che investiva nell’istruzione, nella formazione dei propri figli e nel merito. Tant’è, che pur avendo umili origini, riuscì grazie a impegno, studio, talento a diventare uno dei manager più importanti d’Italia. La sua forza, infatti, era la capacità di visione. Non era uomo che si limitava al giorno per giorno. Immaginava un futuro e faceva, in modo che gli scenari, fossero i migliori possibili per il suo progetto Paese».

Lei sottolinea sempre molto l’importanza della memoria. Quale memoria, quale ricordo ha di suo padre?
«Il mio ricordo, la mia memoria di mio padre è costante, perenne. Avevamo una lunga tradizione epistolare e si potrebbe dire che anche le mie biografie sono, in un certo senso, lettere a mio padre. Di lui conservo innanzitutto il ricordo di un uomo di “luce”, contrapposto a tante “creature d’ombra”, di un uomo geniale e al tempo stesso semplice, un animo generoso, empatico, sempre pronto ad aiutare. Troppo in alto, umanamente, per vedere i lacciuoli che gli tendevano».

Necci ha immaginato e realizzato la Tav. In che cosa la visione delle infrastrutture ha inciso sul sistema Paese e quanto ancora è attuale?
«Mio padre sosteneva che un paese che non investe in infrastrutture non ha avvenire. Era convinto dell’importanza di un sistema integrato, in cui le infrastrutture dovevano dialogare tra loro: strade, autostrade, interporti, ferrovie, aeroporti e navi. L’Alta Velocità era solo la tessera di un mosaico. Un’intuizione che oggi ci sembra evidente all’inizio degli anni 90 non lo era, considerando che già allora riteneva che l’Italia fosse il ponte dell’Europa».

Dalla logistica all’Europa, era avanti su tante cose, ma cosa del suo progetto ancora oggi non è stato del tutto realizzato?
«L’infrastrutturazione del sistema Paese non è assolutamente completata. La società di servizi di cui spesso parlava doveva riuscire a trovare anche una cifra etica, diceva che i suoi valori, ovvero le emergenze da risolvere, erano la questione istituzionale, quella infrastrutturale, il tema della produttività e soprattutto l’etica. Su ciò c’è ancora molto da fare. La fase post-Covid, quindi, può essere una grande occasione. Il ruolo dei cittadini e delle corporation è molto diverso rispetto al passato e ciò ci porta a essere attori di un nuovo liberalismo democratico, dove la tecnologia certamente svolge un ruolo fondamentale».

Altro tema, che lo ha distinto, la sua visione su energia e sviluppo.
«Mio padre si era formato in un’Italia dove molto forte era l’idea di progetto industriale. Era un amministrativista, laureato in legge. Per tutti gli anni 80 ha portato avanti il disegno di una grande chimica italiana. Molte sfide, però, come lui ha sempre ammesso, non furono comprese e, perché no, anche perse come non solo quella chimica, ma anche quelle relative a nucleare, elettronica e in parte le stesse infrastrutture. La politica non sempre ha avuto un disegno. Per lui il particolare, a volte, prevaleva sul generale».

Ci parla del suo “decalogo per la politica industriale”?
«Si toccavano moltissimi punti, dall’artigianato, al terziario e al tema stesso dell’energia, nonché ai servizi, al rilancio delle città, al valore che non deve prevalere sui valori. Era, quindi, una sorta di vademecum non solo per gli imprenditori, ma pure per la politica stessa».

Cosa può essere ancora attuale?
«Soprattutto dopo che era stato estromesso dalla scena pubblica, il suo bilancio era amaro, dall’altra parte, però, era profondamente fiducioso nelle forze migliori del Paese. La sua estromissione forzosa ha fatto sì che l’idea d’Italia che aveva in mente non prevalesse. Egli credeva, infatti, nelle competenze, non nelle appartenenze, nel merito e nel talento, non negli interessi particolari. Tutto ciò si è visto in tutta la sua storia e in tutti i suoi libri. Credo che la sua fiducia nella parte migliore del Paese, oggi, sarebbe più forte che mai, così come ritengo che guarderebbe con grande interesse all’Italia che oggi si potrebbe costruire. Dalle grandi crisi possono venire fuori opportunità. E’ stato sempre così nella storia. Naturalmente le occasioni vanno colte. In passato, ad esempio, egli tante volte aveva parlato delle privatizzazioni avvenute senza liberalizzazioni, della mancanza di logica industriale, dei monopoli pubblici che sono stati resi privati grazie a banca e mercato. Lui vedeva con grande chiarezza i problemi irrisolti, ma al tempo stesso aveva la capacità di vedere gli scenari possibili, i migliori e anche i peggiori. Parlava di liberalismo, di Europa integrata, di una serie di questioni che a guardarle oggi sono ancora attuali. Bisogna avere un’Italia che abbia il coraggio di investire sui giovani e sul merito, non nascondendo le pagine più cupe. Se non c’è passato, non si può costruire futuro».

Che ruolo occupava la cultura in tutto ciò?
«Bisogna tornare a investire nella formazione, nell’istruzione e nella competenza. Egli credeva molto nell’immaterialità. Mi diceva sempre che Roma è diventata grande non solo per le strade, gli acquedotti e per le grandi opere pubbliche, ma per il latino e i codici. Oggi quell’esempio è più che attuale. Siamo in una sorta di nuova terra di mezzo, in un nuovo Medioevo-tecnologico. Occorre avere il coraggio di andare verso un nuovo umanesimo. La formazione della classe dirigente, in tal senso, per lui era fondamentale. Aveva un’impronta abbastanza francese, che passava anche per le grandi imprese pubbliche. I migliori manager, però, sono scomparsi e tale meccanismo quindi è venuto meno. Non ci sono, inoltre, più i partiti e i grandi enti di Stato che formavano le élites, che non dovevano essere considerate sempre come una parolaccia. Mio padre credeva in una politica forte e non nell’antipolitica che spesso sentiamo oggi, in cui dialogo e diversità sono fondamentali. Era per chi immagina e progetta, non per l’indecisionismo, con un obiettivo di lungo respiro».

Alessandra e Lorenzo Necci

Biografia a cura della Fondazione Lorenzo Necci ( Fiuggi, 9 luglio 1939 – Fasano (BR), 28 maggio 2006)

“Lorenzo Necci nasce a Fiuggi il 9 luglio 1939 da un padre ferroviere e una madre casalinga, ultimo di quattro figli. La sua è una famiglia semplice e molto unita, ospitale, accogliente e generosa.

Dopo le scuole a Fiuggi, frequenta il Liceo classico Conti Gentili di Alatri. Si trasferisce poi a Roma, dove si laurea con lode in Giurisprudenza all’Università la Sapienza di Roma nel 1961. Ha 21 anni, la tesi è in diritto amministrativo, il suo relatore è il professor Massimo Severo Giannini, di cui diviene assistente. Pubblica vari lavori sul tema delle Partecipazioni Statali e della nazionalizzazione dell’energia elettrica italiana.

Si specializza quindi in Pianificazione economica e Cooperazione internazionale allo SVIMEZ ( Centro per gli Studi Economici e Statali per lo Sviluppo del Sud Italia) di Claudio Napoleoni e alla SIOI (Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale). Diventa procuratore legale, quindi avvocato e per un periodo si divide fra la professione e l’università. Ottiene una seconda laurea in Scienze Politiche, apprende e parla correntemente quattro lingue straniere.

Nel 1965 viene assunto da una multinazionale belga, la SOFINA, del gruppo Socièté Gènérale, per seguire gli affari legali e finanziari di alcune loro attività in Europa. La società di riferimento è la CTIP italiana (Compagnia Tecnica Internazionale Progetti), importante società di ingegneria e impiantistica. Lavora con quel gruppo per 5 anni, prevalentemente all’estero, soprattutto in Francia, Belgio, Inghilterra e Stati Uniti. In quel periodo comincia a stabilire i suoi rapporti istituzionali e politici con l’establishment francese, a tessere rapporti internazionali con molti paesi stranieri, in particolar modo con gli Stati Uniti.
Comincia inoltre ad interessarsi alla politica italiana e si lega al PRI (Partito Repubblicano Italiano) e ad Ugo La Malfa, di cui diviene amico personale e grande estimatore. E’ Necci a coniare lo slogan “L’Altra Sinistra”, per definire la posizione del PRI rispetto ai due socialismi dell’epoca e al PCI.

Nel 1968 sposa Paola Marconi, da cui avrà due figli, Alessandra e Giulio.

Nel 1970 lascia SOFINA e entra in una società di nuova costituzione, a maggioranza francese, TPL (TechniPetrol), sempre di impiantistica e ingegneria. E’ capo del settore legale. Continua a viaggiare molto per tutto il mondo (anche in Medio Oriente, Oriente e Sud America), approfondisce i rapporti internazionali e politici, soprattutto con il mondo francese.

Nel 1975 viene nominato nella Giunta Esecutiva dell’ENI, dove resta fino al 1981.
Comincia ad occuparsi di chimica e diviene Presidente di ENOXY, una joint-venture fra l’Oxidental di Armand Hammer e l’ENI. Avendo realizzato che la sinergia con il gruppo di Hammer è impossibile, si dimette qualche tempo dopo.

Nel 1981 ottiene l’incarico di Presidente di Enichimica, poi ENICHEM, società a cui l’ENi ha affidato in gestione le azioni delle società chimiche del gruppo. Rilancia il grande progetto di una chimica italiana pubblica forte, e per tutti gli anni ’80 stabilisce legami con le altre società chimiche del mondo, forma joint-ventures, dà vita a diverse collaborazioni e decide strategie per il risanamento economico e finanziario di ENICHEM.

Alla fine del 1989 è ad un passo dal diventare Presidente dell’ENI: viene nominato, porta il CV a Palazzo Chigi, riceve la telefonata di congratulazioni dell’allora Presidente della Repubblica Cossiga ma poi, per un cambio di strategie dovute a giochi politici dell’ultimo momento, è un altro ad essere chiamato al suo posto.

Nel frattempo, dal 1988, è chiamato a presiedere ENIMONT, la joint-venture fra l’ENI e la Montedison di Gardini e dei Ferruzzi. ENIMONT viene fatta con l’idea di operare una razionalizzazione della chimica nazionale e al tempo stesso la sua privatizzazione. Si decide che la nuova società debba essere finanziata unicamente dal mercato, e in effetti la sua quotazione in borsa è un successo. La politica, però, comincia ad interessarsi sempre più di ENIMONT, i patti sottoscritti vengono disattesi dall’azionista privato, Montedison, che fa entrare nel CDA due suoi rappresentanti che hanno rastrellato le azioni sul mercato.
Preso atto dell’impossibilità di proseguire con il suo progetto di una grande chimica italiana, e anche delle opacità che cominciano a offuscare l’operazione ( e che emergeranno in modo drammatico tre anni dopo), Lorenzo Necci si dimette da ENIMONT nel febbraio 1990, senza prendere una lira di liquidazione.

Il 15 luglio 1990 viene nominato Commissario straordinario delle Ferrovie dello Stato, di cui diviene Amministratore nel 1992. Con l’accordo di tutti i Governi che si susseguono dal 1990 alla fine del 1996, Lorenzo Necci comincia ad elaborare un progetto di modernizzazione del sistema infrastrutturale e ferroviario del Paese, e trasforma le FS in Spa.
Lancia inoltre il progetto dei Treni ad Alta Velocità (TAV), di cui è considerato il padre e di cui diviene Presidente nel 1996. La TAV è, nelle intenzioni di Lorenzo Necci, “l’anello mancante all’evoluzione del Paese” e si concretizza in una società privata, controllata giuridicamente da banche ed istituzioni italiane ed estere, fra cui Mediobanca, che hanno nominato in autonomia i propri vertici. Un finanziamento di diecimila miliardi di lire per TAV, in parte effettivamente versati, viene concesso da un consorzio di quaranta banche. Esso si somma quello concesso dalla BEI. TAV dispone, inoltre, di un capitale di debito in misura sufficiente a garantire il finanziamento del 60% dei costi di realizzazione dell’opera, mentre il rimanente 40% è a carico dello Stato italiano. Questo schema consente allo Stato italiano di non iscrivere nel proprio bilancio il debito TAV. I contratti esecutivi garantiscono tempi e costi certi di realizzazione. Gli obblighi assunti dai General Contractors e dagli appaltatori in base ai contratti sono garantiti da fideiussioni rilasciate in favore di FS dalle più importanti banche nazionali. Inoltre, il Governo – anzi i Governi che si succedono in quegli anni – l’azionista di riferimento, e cioè il Ministero dei Trasporti, il Ministero del Tesoro, il Consiglio di Stato, la Corte dei Conti sono costantemente informati dell’evoluzione del progetto, dando sempre la loro approvazione. Dopo l’uscita forzata di Necci da Fs, il progetto verrà stravolto, i costi centuplicati, i tempi divenuti lunghissimi e le fideiussioni bancarie lasciate cadere.

In quegli anni, Lorenzo Necci si occupa inoltre di creare un sistema infrastrutturale integrato, nel quale tutte le infrastrutture ( strade, autostrade, ferrovie, aeroporti, interporti, navi) “dialoghino fra di loro”. La logistica comincia a rivestire una sempre maggior importanza nel suo disegno.
Viene nominato nel 1991 Cavaliere del Lavoro e diviene per due mandati Presidente dell’UIC (Union International Chemins de Fer, le Ferrovie Internazionali). Ne sarà poi Presidente Onorario. Viene insignito di molto premi.
Coinvolto in una vicenda giudiziaria nel settembre 1996, è arrestato e costretto alle dimissioni da FS. Anche da Fs esce senza percepire alcuna liquidazione. Già nel marzo 1997, la Cassazione stabilirà l’assenza di “gravi indizi di colpevolezza” e dunque illegittimo l’arresto. A quel punto, però, Necci entra in un violento ciclone giudiziario, cui viene data fortissima rilevanza mediatica. Si aprono vari procedimenti contro di lui, che si concludono con ben 42 assoluzioni. Rimane aperto un solo processo a Milano, con una condanna che viene diminuita nei vari gradi del procedimento, per tornare poi in primo grado.

Negli anni ’90 e 2000, scrive numerosi libri, fra cui “Rivalutare l’Italia” (Sperling e Kupfer), “Reinventare l’Italia” (Mondadori), “L’Italia svenduta” (Bietti), “Il terzo millennio” ( Marsilio), “Il Jurassic park del capitalismo” (Marsilio) e la raccolta di poesie “E chiusero le porte”. Scrive inoltre numerosissimi articoli sulle infrastrutture, sul sistema Paese, sulle città e sulla politica internazionale e l’euromediterraneo (altro tema a cui è molto appassionato). Torna poi al settore privato, nella Logistica e nel Trasporto. Diviene Presidente di SGF poi di altre società. Riceve un incarico dal governo di Tunisi di occuparsi della manifestazione Euromed.

Muore tragicamente il 28 maggio 2006, investito da un’automobile.
Dopo la sua scomparsa, viene pubblicata la sua autobiografia, “Memento, la mia storia” (Ediz. Magi e DIRE), nonché creata la fondazione che porta il suo nome”.

Fondazione Lorenzo Necci

Luciano Di Giulio

Direttore responsabile di questa testata, esperto musicale e veterano giornalista della provincia di Teramo. Iscritto dal lontano 1992, all'Albo dei Giornalisti d'Abruzzo, nell'elenco dei pubblicisti. Ha diretto diversi progetti editoriali e ha partecipato alla realizzazione di diverse pubblicazioni librarie.