Roma, dal Pompidou a Palazzo Bonaparte: Kandinsky


Organizzata da Arthemisia, con il patrocinio della Regione Lazio, l’Assessorato alla Cultura di Roma nonché l’Ambassade de France en Italie, in collaborazione con il Centre National d’Art et de Culture Georges Pompidou del Ministero della Cultura Francese notoriamente in ristrutturazione, l’esposizione romana su Wassily Kandinsky, che vede attualmente un’enorme affluenza di visitatori, merita tutta la nostra attenzione.

Nato a Mosca nel 1866 da padre originario della Siberia ai confini della Cina, studiò musica; arte per la quale conservò sempre un grande interessse. Compì i suoi studi liceali a Odessa, quelli universitari a Mosca ove si iscrisse alla Facoltà di Legge; fece parte di una missione etnografica nella Russia del Nord ove apprezzò la ricchezza decorativa dell’arte dei villaggi. Dopo la laurea divenne, addirittura, assistente di facoltà. Nel 1896, rifiutò la docenza all’Università di giurisprudenza di Dorpat per trasferirsi a Monaco, insieme alla cugina Anya Tichéewa, che aveva da poco sposato, per studiare, appunto, arte. Era già stato a Parigi (nel 1889 e nel 1892); conosceva, quindi, già gli Impressionisti francesi (a Mosca nel 1895 c’era stata una loro esposizione che l’aveva entusiasmato) e i tesori dell’Ermitage di Pietroburgo. Monaco era in pieno “Art Nouveau”; Kandinsky vi frequentò la scuola di Azhé e l’Accademia. Nel 1902, vi conobbe Gabriele Münter, la pittrice che divenne per tredici anni la sua compagna di vita e con cui, dopo numerosi viaggi (di cui uno in Olanda), si stabilì nell’Alta Baviera a Murnau.  Nel 1902, espose alla Secessione di Berlino; nel 1904 fece viaggi sino in Tunisia. Pubblicò il suo primo album di incisioni su legno e espose al Salone d’autunno di Parigi. Nel 1906 si installò a Sévres.  Del 1909 sono i paesaggi di Murnau e le prime Improvvisazioni; dello stesso anno è “Neue Künstlervereinigung” di cui fu Presidente; al 1910 datano il primo acquerello astratto e le prime tre Composizioni, oltre che il trattato “L’elemento spirituale dell’arte” (pubblicato nel 1912). Fu questo un periodo felice in cui contrasse grandi amicizie (con Alexey von Jawlensky, Marianne von Werefkin, Franz Marc, Pail Klee, Hans Arp, August Macke). Con Franz Marc nel 1911 fondò “Blaue Reiter” (“Il cavaliere azzurro”) cui aderirono Paul Klee, August Macke, Alfred Kubin, Heinrich Campendonk, Gabriele Münter. Espose sia a Monaco ove pubblicò “Sguardo sul passato” che a Berlino e New York. Lo scoppio della guerra arrestò questo fervido periodo di attività del gruppo che si sciolse, dopo un’ultima esposizione alla Galleria Sturm.

 Tornò, quindi, a Mosca; lasciò Gabriele Münter e sposò la russa Nina Andreewsky, la donna della sua vita che gli diede Vsevolod, morto all’età di tre anni per malattia. Dal 1924 al 1944 fece vari viaggi in Austria, Svizzera, Italia, Francia, Palestina, Siria, Turchia, Grecia. Diventato membro del Commissariato Russo per l’Educazione Popolare e professore d’arte in scuole statali, fondò nel 1919 il Museo per la cultura pittorica; nel 1920 insegnò all’Università di Mosca, nel 1921 fondò l’Accademia Artistica. Subito dopo, lasciò il paese natale e si trasferì a Berlino e di qui a Weimar, entrando nel corpo insegnante della Bauhaus. Nel 1924, con Klee, Feininger e Jawlensky, fondò il gruppo “Blaue Vier”; quindi, seguì il trasferimento della Bauhaus da Weimar a Dessau e pubblicò “Punto e linea in superficie”. Intanto gli apprezzamenti circa la sua arte lo portarono a esporre (due mostre delle sei furono tenute a Parigi nel 1929 e 1930). Seguirono altri viaggi in Oriente. Dopo la chiusura della Bauhaus nel 1933 da parte dei Nazisti, benché avesse ottenuta la cittadinanza tedesca (le sue 57 opere furono sequestrate e vendute a prezzi infimi in quanto arte degenerata!), si trasferì a Parigi. Nel 1939, allo scoppio del secondo conflitto mondiale, ottenne la cittadinanza francese. Morì a Neully-sur-Seine (Paris) a 78 anni nel 1944, mentre la guerra era ai suoi epigoni. Il Musée National d’Art Moderne de Paris possiede una sala intera di sue opere. La signora Kandinsky fu l’artefice di una tale donazione. 

“Le Dictionnaire des grands peintres” de la Larousse, Paris, 1989, pp. 403-406 segnala quindi, sette tappe: la nascita di una vocazione artistica, la formazione, il periodo di Murnau, l’elaborazione del linguaggio astratto, le opere del periodo della guerra, la Bauhaus, il terzo e ultimo periodo  a Neully.

Anche la retrospettiva a Palazzo Bonaparte, strutturata in cinque sezioni, con 70 opere del lascito della signora Kandinsky non poteva che adeguarsi. Difatti, la è strutturata in cinque sezioni che ripercorrono la vita e l’opera dell’artista dalla Russia alla Francia passando per la Germania.

Dopo l’accenno agli studi in diritto/economia, la mostra romana si sofferma sul suo trasferimento a Monaco, la conoscenza di Gabriele Münter con cui fondò “Phalanx”, i viaggi in treno o in bicicletta Olanda, Tunisia e Italia, la produzione di opere a olio, eseguite all’aperto con spatola e sulle scene policrome su fondo nero ispirate alle fiabe e alle leggende russe. L’artista, come la compagna Münter, maturò ricerche nella forma e nel colore, vero e proprio preludio dell’esperienza di Murnau e del “Cavaliere azzurro”. Monaco – come ben mostrato in uno dei pannelli dell’esposizione – era, a quel tempo, una città dinamica, dove conoscere, insegnare e creare (cfr. l’opera “Giardino inglese”, Monaco 1902-1903). FOTO


In questo senso, si inseriscono le sale dedicate alle opere di Kandinsky e della Münter (alquanto diversa per stile dal compagno russo: semplificazione delle forme intensità del colore e costante legame con la figurazione!) frutto dei viaggi in Olanda, in Tunisia e in Italia (Rapallo). Kandinsky aveva conosciuto l’Italia e, nello specifico, Roma, Firenze e Venezia, già precedentemente, in un viaggio con i genitori; con la Münter visitò però Ravenna, rimanendovi colpito. 

Le opere di Murnau sono ampiamente documentate: presentano ampie pennellate che si condensano in masse di colore intenso, mentre paiono scomparire i vincoli della resa mimetica. Nulla di stupefacente; è, infatti, questo il periodo di “Dello spirituale nell’arte e nella pittura in particolare”. Non a caso ammalia l’opera “Con l’arco nero” (1912). FOTO


Decisamente coinvolgente è il focus su Kandinsky e Arnold Schönberg. Wassily aveva studiato da piccolo pianoforte e violoncello!. Nel 1911 assistette a un concerto del compositore viennese che metteva in discussione le regole dell’armonia tradizionale, coltivando anche l’arte pittorica, e ne rimase folgorato, tanto da realizzare “Improvvisazioni III”. Nella lettera inviata a Schönberg sottolineò che “la vita intrinseca di ogni singola voce” corrispondeva alla sua “forma pittorica”: “Quanto la invidio! Il suo trattato d’armonia è già in stampa. I musicisti sono davvero fortunati a praticare un’arte che è giunta così lontano. Quanto tempo dovrà ancora aspettare la pittura prima di arrivare a questo punto? Ora anche noi abbiamo il diritto di sognare un trattato di armonia. Io lo sogno già”. Secondo Kandinsky “il colore (disposto in certe forme e ordine) è un forza che esercita un’influenza diretta sull’anima”.

Una parte importante della mostra romana è dedicata a “Der Blaue Reiter” (“Il cavaliere azzurro”).  Infatti, Kandinsky ebbe modo di dire che il nome nacque quasi per scherzo: “Entrambi amavamo l’azzurro, Marc i cavalli, io i cavalieri”. Interessante anche la parte della mostra in cui si indica l’attività di cofondatore dell’Istituto Artistico di Cultura di Mosca per il quale elaborò anche un questionario sulla pittura, pensato come strumento di ricerca sulle reazioni percettive e emotive suscitate da forme, colori e rapporti spaziali. Anche il ritorno in Russia, è segnalato nella mostra romana, evidenziando il contatto con le avanguardie suprematista e costruttivista che lo portarono a una geometrizzazione delle forme e una tavolozza più attenuata e ravvivata da colori primari. 

“Giallo rosso e blu” del 1925 è l’opera capolavoro che nasce al tempo del ritorno in Germania e nella Bauhaus, fondata da Walter Gropius: il titolo richiama i tre colori fondamentali corrispondenti a tre figure geometriche, ovvero il triangolo, il cerchio e il quadrato; motivi grafici e segni costellano il tutto. In questo periodo, prima a Weimar e poi a Dessau, Kandinsky produsse 289 acquerelli e 259 dipinti (cfr. “Su Bianco II” 1923). Alla Bauhaus ricondusse il linguaggio visivo ai suoi elementi primari: il punto, la linea, la superficie, il colore per indagare direzioni, tensioni e rapporti (cfr “Sviluppo” 1926 e “Frescura oscura” 1927, “Sulle punte” 1927) FOTO

Nella mostra romana non mancano le curiosità: i 95 dischi di Kandinski acquistati su consulenza tecnica della moglie di Paul Klee (del resto per l’artista pittura e musica appartenevano allo stesso universo!), la ricostruzione dello Studio parigino e della giornata dell’artista, la sala immersiva.

Vorremmo concludere con un passo di “Punto e linea in superficie” che appare di grande attualità e modernità, a segnalare una personalità capace di innovazioni infinite, incomparabili mutamenti, straordinarie rivoluzioni estetiche: “La testa è una parte necessaria e importante del corpo umano, ma solo se è in rapporto organico col cuore o col sentimento… Senza questo rapporto, la testa è la fonte di tutti i pericoli e di tutte le corruzioni. In tutti i campi: e dunque anche in quello dell’arte”.

In ogni modo, per chi come la scrivente ha avuto modo di ammirare più volte le opere di quest’artista, in quanto di casa a Parigi, riproposte nella bella e elegante cornice di Palazzo Bonaparte non può che fare piacere.

Stefania Di Carlo


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