Chi non ha a che fare con i giovani può considerarla un “grande carnevale” soprattutto se guarda solo ai cosplay o al massimo una fiera come un’altra, ma chi conosce le generazioni di oggi e li vive al quotidiano, Romics è molto di più: fa riflettere su quanto si è perso e si perde ogni giorno per la troppa fretta, ovvero su quella spensieratezza che rende la vita degna di essere vissuta.
Infatti, Romics rappresenta un momento in cui essere altro da sé, sentirsi eroe tra eroi, fare il bene dell’umanità, contrastare il Male con la “M” maiuscola, realizzarsi – chissà! – dopo tante giornate tristi e penose, ritrovarsi e condividere insieme, partecipare a un mondo che è lontano da brutture, vizi e dileggi.
Aggirarsi per i padiglioni significa incontrare, innanzitutto, i disegnatori che, con competenza e eleganza, creano personaggi iconici, destinati a restare nel tempo e a trasmettere messaggi etici e di beltà. Tante le presenze quest’anno, come sempre: Matteo Leoni, Mario Oscar Gabriele, Francesca Ficorilli, Massimo Di Leo, Giuseppe Sabé Di Stefano, Susanna Mariani, Stella Passanisi, Mauro Talarico, Alex Comandatore. Nell’aggirarci tra un tavolo e un altro noi di TG Roseto abbiamo avuto la possibilità di incontrare anche qualche Romics d’oro dell’edizione scorsa: con sommo piacere, a esempio si è colloquiato con Marco Gervasio. Abbiamo addirittura chiesto di mettersi in posa per TG Roseto al Romics d’oro di quest’anno (già impaginata peraltro!), a Paola Barbato che subito ha annotato la nostra venuta in Fiera.
Quel che, però, colpisce è assistere a conferenze di spessore con protagonisti d’eccezione. “Rubare l’anima a antieroi, falsi eroi, e temibili cattivi” con Leandro Fernandez, Otto Schimitz, e M. Guerra, è stata l’occasione per vedere la realtà con l’ottica dei disegnatori. Ascoltare l’intervista con Riccardo Azzzai su “I villain del futuro non hanno mantello. Le minacce scientifiche non mi fanno dormire la notte” ha spinto a porsi domande non banali, del tipo “Siamo davvero pronti a condividere con le macchine il nostro quotidiano invece che con esseri umani in carne e ossa?”.
Naturalmente, all’occhio attento degli appassionati del settore - ma di età matura - hanno fatto davvero impressione le esposizioni per la profondità dell’analisi; per giunta, una sorta di spaccato sul passato che ha il sapore del perpetuo e del diacronico. La mostra “T’immagino Pinocchio” – in realtà tripartita tra Enzo D’Alò (autore e regista del film del 2012 con partecipazione di musica di Lucio Dalla), Matteo Garrone e Stefano Bessoni – nata a 200 anni dalla nascita di Carlo Collodi - ha avuto quale centro ispirativo il burattino più famoso al mondo, con il suo naso lungo e il buffo cappello. Non a caso in un pannello illustrativo è stato scritto: “In costui c’è tutto quello che dell’Italia piace nel mondo: la tradizione, la fantasia popolare, il design, l’artigianalità del racconto e perfino il cibo”. Indubbiamente, i disegni di Stefano Bessoni ripropongono la fiaba con “influenze lombrosiane e shelleyane, afferendo a quanto esplicitato da Cesare Lombroso e da Mary Shelley, autrice di Frankenstein, facendo altresì riferimento anche alla letteratura gotica, a Hoffmann e Poe”. Grazie a Stefano Bessoni il burattino, che sovverte le regole, è fuori del seminato; ne consegue che il Pinocchio di Collodi non sia più per lui una fiaba per bambini. Naturalmente Bessoni ha proposto anche disegni su “Struwwelpeter, la vera storia di Pierino Porcospino e le Tribolazioni di TipTop” (ovvero un bimbo che infligge sofferenze immani agli animali e che una notte sprofonda in un incubo a occhi aperti in cui le sue vittime lo sottopongono ai suoi stessi supplizi) e “Tim Burton” considerato da Bessoni “il più grande maestro della sopraffina arte dello scarabocchio”. Sempre di Bessoni sono i disegni per il film di Peter Greenaway.
Sempre tra le mostre, è stato doveroso soffermarsi a ammirare i pannelli di “Veicoli immaginari e design di invenzioni tecnologiche di Dan Walker” in cui il disegnatore ha proposto veicoli avveniristici in cui ha unito la perizia ingegneristica alla conoscenza del cinema; gli stessi tratti che ha già avuto modo di segnalare al pubblico nei film di “Il cavaliere scuro”, “Doctor Who”, “Mission Impossibile”. Anche i ”30 anni di immaginazione di Paolo Barbieri” ha attratto i visitatori; si è reso omaggio così all’illustratore che ha dato a fiaba, miti, leggende una reinterpretazione sua personale e creativa: con Barbieri il passato diventa materia viva e dialoga con il presente.
Anche l’esposizione “Villains. Le radici del Male” si è ritagliata un giusto spazio: a introdurre questi “malvagi” roboanti e ammalianti, alternativi al Bene, detti anche “antieroi” o “antagonisti”, tutti in forma scultorea, un pannello introduttivo che ha indicato le psicopatologie più disparate (trauma infantile, disagio sociale o disturbo mentale, violenza, esclusione, provenienza da altri pianeti, contaminazioni con occulto, magia). Il “Mutaforme” è un archetipo che richiama Carl Gustav Jung. Il narcisismo è, infatti, la malattia degli antieroi, come teorizzato da Heinz Kohut e Otto Kemberg. I villains biformi, poi, sono esseri con caratteristiche fisiche e umane sia della bestia che dell’uomo; i villains con “disturbo esplosivo intermittente” sono gli “alterati” dalla rabbia improvvisa.
Come, poi, dimenticare Takeshi Koike, l’autore di “Lupin III” il cui astuto e incorreggibile Lupin III campeggia nel manifesto ufficiale del Romics edizione ottobre 2026. Unitamente agli altri personaggi (Gamon, samurai pronto a difendere il bottino quanto il suo collega Jigen dal grilletto facile, Fujiko, donna dal fascino e dalla mente lucida, l’Ispettore Zenigata del Dipartimento di Polizia Criminale di Tokjo, schietto, testardo ma votato sempre allo scacco), Lupin ha lasciato davvero un segno, se ancora oggi la filmografia l’ha riportato in auge Bene ha fatto Takeshi Koike a farne un simpatico ladro coadiuvato da amici ugualmente divertenti.
Com’al solito a Romics è fatto obbligo fermarsi a incontrare il M° Vince Tempera e i Raggi Fotonici, capaci, con musica e canto, di animare intere platee di giovani e meno giovani, di riportare indietro i più attempati all’infanzia lontana (con Daitarn III, Ufo Robot), di dare ai più giovani il riscontro di un mondo di eroi che non cessa di stupire. Sul palco sono invidiabili artisti che aiutano, con le loro orecchiabili canzoni senza tempo (con Gumball) , a andare avanti, riproponendo, sempre con un immancabile e elegante stile, valori, stigmatizzando azioni riprovevoli.
Cosa aggiungere ancora: Romics è arte, immaginazione, sogno, è la speranza in un mondo migliore, non frivolezza o futilità. “A buon intenditore poche parole” oppure “Ai posteri l’ardua sentenza”.
Stefania Di Carlo
