Roma, Alphonse Mucha a Palazzo Bonaparte: occasione unica per ritrovare Sarah Bernhardt


Chi conosce e ama Sarah Bernhardt, non può non visitare l’esposizione di Alphonse Mucha a Palazzo Bonaparte, organizzata da Arthemisia con il patrocinio dell’Ambasciata della Repubblica Ceca, Regione Lazio, Comune di Roma, in collaborazione con la Mucha Foundation e i Musei Reali di Torino. Non per niente sottotitolata “Un trionfo di seduzione e bellezza”. Del resto Mark Twain ebbe a dire: “Ci sono cinque tipi di attrici: cattive, passabili, buone, fantastiche, e poi c’è Sarah Bernhardt”L’artista ceco (1860-1939), dopo gli studi a Vienna e a Monaco, il viaggio in Italia (Firenze, Bologna, Milano, Venezia) e la formazione all’Académie de Paris a spese del conte Eduard Khuen Belosi, iniziò la carriera di illustratore per case editrici della capitale francese e di Praga. Si unì ai Nabis nella Crémerie de Madama Charlotte Caron; ivi conobbe Paul Gauguin in partenza per Tahiti. Per sbarcare il lunario, impartì lezioni di disegno, si diede alla fotografia; quindi, ebbe modo di reincontrare Gauguin al suo rientro. Ben presto, divenne così notorio da essere insignito della medaglia d’oro al Salon de Paris de 1894 per “Scénes et épisodes de l’Histoire de l’Allemagne”; nello stesso anno realizzò il primo manifesto per Sarah Bernhardt. Il drammaturgo svedese August Strindberg l’introdusse alla conoscenza del misticismo e dell’occultismo. In questo frangente, firmò un contratto esclusivo con lo stampatore Champenois. Nel 1897 tenne la prima mostra con 107 opere. Seguì una seconda personale con 448 opere. Gli venne così dedicato un numero speciale della rivista “La Plume”. Ne conseguì che il governo austriaco gli commissionò opere per l’Esposizione Universale di Parigi 1900 e per il padiglione Bosnia Erzegovina, donde viaggi che lo portarono alla realizzazione di “L’Epopea slava”, un omaggio dalla sua patria con un ciclo pittorico che parte dal III e termina con il XX secolo, un paese alla conquista della libertà!.

All’apice della fama, Alphonse Mucha, ottenne, dunque, la medaglia d’argento e il titolo di cavaliere di Francesco Giuseppe I; compì viaggi in America ove tra l’altro insegnò a Chicago, New York, Philadelphia; conobbe M.me Adèle von Rothschild e Woodrow Wilson, futuro Presidente USA. Nel 1913 tornò in Boemia; viaggiò in Polonia e Russia. Nel 1918 disegnò i francobolli e le monete del novello stato cecoslovacco, resosi indipendente. Nel 1921 una sua grande esposizione fu allestita a New York. Seguì il trasferimento di Mucha e famiglia prima a Praga, poi a Nizza, infine Alphonse Mucha tornò a Praga ove morì.



Alphonse Mucha visse, quindi, a Parigi ove veniva formandosi l’Art nouveau. Con uno stile inconfondibile si impose all’attenzione di molti esponenti della cultura. Per l’attrice fuori dagli schemi, Sarah Bernhardt, star indiscussa della scena teatrale per più di mezzo secolo nella Ville Lumière, stella del firmamento delle arti (eclettica in teatro, danza, scultura, pittura, disegno), realizzò cartelloni-manifesti per vari spettacoli, gioielli, scenografie. La ritrasse a grandezza naturale evidenziandone la padronanza nelle pose e nelle espressioni, con contorni fluidi e colori pastello, insomma con i caratteri che la stessa attrice segnalò nella sua autobiografia, “Ma double vie”, ovvero di donna libera, audace, impavida, scandalosa (nell’interpretare anche ruoli maschili), talvolta umorale, ma anche seducente, stravagante viaggiatrice (svaligiò lo zoo di Liverpool offrendosi un ghepardo, un lupo e sette camaleonti), madre atipica, star disposta a investirsi in prima persona in guerra (si ricordi che nel 1870 trasformò l’Odéon in un’infermeria e salvò anche il generale Foch; durante la prima guerra mondiale si recò con una gamba amputata visitò i soldati al fronte), generosa sino a rovinarsi, temeraria (si ricordi la trasvolata in mongolfiera), pacifista e attenta alla scienza (noto il suo sostegno a Marie Curie) e alla giustizia (si impegnò nella difesa di Alfred Dreyfus).



Nell’epoca della Belle Époque Alphonse Mucha delineò con la Bernhardt una figura femminile degna di rispetto, determinata, capace, delicata nei lineamenti, infaticabile, ma anche sensuale e attraente, anzi fu per così da lei “lanciato” e non poteva essere altrimenti: fu l’incontro di due spiriti sensibili e geniali. Tra l’altro, ella era amatissima e adorata da scrittori di grido (Émile Zola, Victor Hugo, Alexandre Dumas fils, George Sand, Gabriele D’Annunzio, Oscar Wilde, Edmond Rostand, Pierre Louys, Victorien Sardou), pittori e incisori (Gustave Doré, Louise Abbéma), musicisti (Claude Debussy), saggisti (Jean Cocteau), nobili e politici (duca di Morny, Napoleone III, Eugène de Ligne), attori (Lou Tellegen). Non a caso fu soprannominata “La Divina”.



Altri artisti furono intrigati o ispirati, ma, a differenza di altri (ciò dicasi almeno guardando le opere in mostra a Palazzo Bonaparte e ripensando a Ma double vie, Dans les nuages, L’art du théâtre, Jolie sosie scritte da Sarah Bernhardt o confrontandole con l’opera di Sarah Bernhardt ma grand’mère della nipote Lysiane), Alphonse Mucha riesce a evidenziare il “mostro sacro”, “l’imperatrice dei teatri”, “la voce d’oro” che fu questa splendida donna di inizio Novecento.

Le “affiches” (Gismonda del 1894, La Princesse lointaine del 1895, La Samaritaine del 1897, Médee, La dame aux camélias arrangiamento dal testo di Alexandre Dumas, La Tosca) affascinano segnalando, al contempo, coraggio e fragilità, vivace intelligenza e passione ma anche una donna moderna provocante e romantica, ardente e ribelle che sconvolse la tradizione. In particolare, il manifesto “Gismonda” di Mucha nella mostra romana, risulta specchio dell’anima dell’artista; Mucha riesce a rendere il carisma, il fascino, il realismo, materializza per così dire il personaggio facendolo divenire un’eroina. Dopo averlo incontrato nel 1894 nella Tipografia Lemercier e il successo di tale “affiche” (la gente lo strappava dai muri per portarselo nelle case e il tipografo vendeva copie di nascosto), Sarah Bernhardt ne fece il suo “artista”: per sei anni Mucha fu il disegnatore dei costumi dei suoi spettacoli e della pubblicità annessa. Indubbiamente, Mucha collaborò a fare dell’attrice ineguagliabile un’icona dalle Belle Époque.



Nella mostra romana, c’è un Mucha a tutto tondo: non solo “affiches” ma anche realizzazioni nel campo pubblicitario (vedasi l’operatività in scatole di cioccolatini, cioccolato in polvere, nestlée, insegne, confezioni di profumi, biscotti). Per capire tale impegno, bastano le cosiddette “frasi d’artista” da lui proferite: “L’arte svolge un ruolo fondamentale nella crescita spirituale dell’uomo… eleva lo spirito umano attraverso l’armonia e la bellezza verso una moralità superiore. […] L’arte non può essere nuova. L’arte è eterna come il progresso dell’uomo e la sua funzione è quella di accendere di luce il cammino del mondo. […] La meravigliosa poesia del corpo umano … e la musica di linee e colori che si sprigiona dai fiori, dalle foglie e dai frutti sono i migliori maestri per i nostri occhi e il nostro senso estetico”. Pare ricordare per certi aspetti quanto ha fatto anche Pasquale Celommi in Rosburgo. Entrambi, con una figurazione simile nei contenuti, esprimono attraverso gli elementi della natura quel “bene” che solo migliora la società.


Naturalmente, l’arte di Alphonse Mucha non si è spenta con lui. Grazie alla retrospettiva del 1963 a Londra, tornò alla ribalta. Artisti come Wes Wilson e Victor Moscoso si sono ispirati a lui per i loro manifesti psichedelici che definirono l’estetica della “Summer of Love” e del rock and roll, ma interesse per la sua opera è anche i fumetti giapponesi (a Zurigo vedasi l’exposition “Mucha Manga Mystery” del 2013), serie animate e videogiochi, tanto che nel 1980 al Grand Palais e a Tokyo ci sono state due retrospettive e non parliamo poi di Mucha nella street art, tatuaggi, moda!

Oltre ai 150 capolavori di Mucha, nella mostra romana è possibile immergersi in un’esperienza immersiva grazie alle nuove tecnologie e ammirare anche opere di Giovanni Boldini, Cesare Saccaggi, statue antiche, opere rinascimentali, arredi e oggetti dell’Art Nouveau, la “Venere di Botticelli” dei Musei Reali di Torino.

L’esposizione chiuderà i battenti l’8 marzo, giorno dedicato al ruolo della donna nel mondo e perché no un omaggio alla “Divina” di “Quand même” (“Nonostante tutto”) motto dell’attrice, segno della sua prodezza contro ogni ostacolo e insegnamento per i mondo di oggi.



Stefania Di Carlo