A Castelvecchio Subequo (AQ) un evento di grande cultura. Sabato 8 agosto, alle ore 17:00 si terrà a Palazzo Tosone di Castelvecchio Subequo l’evento di “Arti e mestieri a Palazzo”, giunto alla 14^ edizione. Quest’anno grande spazio sarà dato all’arte e agli artisti nelle persone di Gino Angelone, Pierluigi Asuni, Vittorio Di Boscio, Silvio Formichetti Gino Lozzi e Paolo Vanzolini. Il titolo e il sottotitolo dell’evento sono già un programma: “Dal vuoto ai silenzi, dal caos all’ordine. Sintesi esistenziale di artisti arguti”. Di seguito si propone il testo critico della Dott.ssa Stefania Di Carlo, nostra collaboratrice.
"Artisti per una dimensione liminale a Castelvecchio Subequo, un paese che fa cultura. Sei artisti per “una due giorni” (8-9 agosto) a Palazzo Tesone a Castelvecchio Subequo, l’antica Superaequum: è questa la performance, promossa da “Arti e Mestieri a Palazzo”.
Inserita nel quadro delle attività estive e dal titolo “Dal vuoto ai silenzi, dal caos all’ordine” con sottotitolo “Sintesi esistenziale di artisti arguti”, propone opere scelte di Paolo Vanzolini, Pierluigi Asuni, Gino Angelone, Vittorio Di Boscio, Gino Lozzi e Silvio Formichetti.
A un fruitore d’arte, poco avvezzo, l’iniziativa parrebbe avere tre obbiettivi: attivare uno stato emotivo e sensoriale, insomma affascinare con lavori che non vanno solo visti ma percepiti con sensibilità sinestetica, vitalizzare un palazzo d’epoca all’insegna dell’accessibilità, dare spazio all’arte contemporanea. Se, però, si va a riflettere sul titolo e sul sottotitolo, mentre si “passeggia” tra le opere, viene fuori un cambio di prospettiva che indaga la “dimensione liminale”, segnala la fragilità umana, la tensione tra presenza e dissolvenza, il tentativo di scoprire la dimensione insondabile del mondo, “il vuoto che non è un limite” ma ciò che serve per percepire un “non luogo” o un contesto per cui “il vuoto si fa pieno”; in pratica, un’arte che non punta al mercato ma che, attraverso “silenzio”, intuizione, “ordine” si apre all’invisibile, a un tempo dilatato, e, perché no, al trascendente.
Nel periodo di agosto, costellato da sagre e feste locali, i sei artisti in mostra a Castelvecchio evocano entità assenti fisicamente, un “modus operandi” che parla di prossimità, un giudizio sulla tecnologia che ruba il tempo del pensiero, virtuosismo e sensibilità che suggeriscono coinvolgimento.
In questi artisti non c’è semplicità, ma maestria smisurata riscontrabile in opere, a di poco iconiche, non c’è l’illusorietà dell’”ordine”, ma si coglie quello che Karl Jaspers (1883-1969) diceva in La psicologia delle visioni del mondo (1919), ovvero “occorre guardarci dentro” per comprendere “le complesse dinamiche che presiedono allo svolgimento della vita psichica, facendo riferimento a quelle situazioni limite come dolore, lotta, morte, disgrazia e colpa, che fanno intravedere il senso e l’origine prima dell’esistenza”. Infatti, Paolo Vanzolini, Pierluigi Asuni, Gino Angelone, Vittorio Di Boscio, Gino Lozzi e Silvio Formichetti, seguendo Jaspers, dimostrano che “l’esistenza è diversa dall’esserci”. Ne consegue una ricerca dell’essenzialità che è ben lungi da una visione angosciante o da innaturalità. Una tale ricerca deve necessariamente allontanarsi dal “vuoto” su cui si basa la società attuale, protesa verso materialismo, individualismo, relativismo, nichilismo e utilitarismo (su tale binomio cfr. “Deus Caritas est” del 2005 di Papa Benedetto XVI) e puntare a riscoprire il silenzio e l’ordine di cui fu maestro sant’Agostino d’Ippona (354-430) in “De ordine” (386) e nei “Soliloquia” (386-387) che più volte ebbe a dire “bisogna far silenzio per potere intendere” (naturalmente lui si riferiva a Dio!).
Ebbene, Paolo Vanzolini, Pierluigi Asuni, Gino Angelone, Vittorio Di Boscio, Gino Lozzi e Silvio Formichetti, forse non saranno, come altri, dei “cercatori di Dio”, ma hanno una certa saggezza e sono consci di un loro ruolo sociale, non sono schiavi del loro secolo, sono artisti che “cercano nel silenzio, con ordine e perseveranza, di risvegliare ogni fruitore delle loro opere affinché costui comprenda che può essere un uomo di azione al servizio del pianeta e degli altri”.
Ora si impone qualche parola per ognuno di questi sei protagonisti dell’esposizione di Castelvecchio Subequo, al fine di sottolineare la peculiarità della loro pratica artistica; così facendo si ha modo di riallacciarsi anche alla manifestazione “Arti e mestieri a Palazzo” ove è ricompresa. Infatti, è passato lungo tempo prima che l’artista fosse considerato tale, prima era qualificato solo artigiano, come ha attestato Charles Batteux (1713-1780), autore di “Les beaux arts réduits à un même principe” del 1746.
Le opere di Pierluigi Asuni sono ben lungi da un “coup de théâtre”; l’artista è un narratore di bellezza sia in scultura che in pittura; con il linguaggio universale dell’arte coglie l’essenza della realtà che lo circonda; per giunta, il visibile non è dato per lui tout court ma affiora e il proprio vissuto informa la pratica e la ricerca artistica.
Con Gino Angelone passato e futuro instaurano un dialogo significativo ma non manca intelligenza, personalità e indipendenza creativa; se si guardano con attenzione le opere che ricordano solo per certi aspetti Giorgio Morandi, il filo che le unisce è proprio nella ricerca formale e dimensione narrativa.
Le opere di Vittorio Di Boscio risplendono per la luce; una luce magica e carica di valenze emozionali; ne conseguono effetti improvvisi bel lontani dal solito paludamento esteriore che si nota spesso nel panorama artistico; il suo personalissimo stile è privo di leziosaggini e latore solo di preziosità e vibrazioni, talvolta pare protendersi verso l’iperrealismo.
Silvio Formichetti si propone nella più rigorosa fedeltà ai principi estetici dell’arte contemporanea; manifesta un pathos sincero che raggiunge il sublime poiché con l’astrattismo si contrappone al tedio della vita; in lui vige quanto Giovenale ebbe a dire: “L’artista ha per unica legge il suo potere creativo contro chi fa questione se l’arte possa o no accogliere certi soggetti”.
Con Gino Lozzi si ha un principio imperante, occorre rispettare “l’ordo rerum”; si staglia l’esigenza di “colmare il vuoto” che pervade l’umanità; la sua arte è il modo per fluidificare lo spazio, modularlo, orientandolo; procedendo senza ornamenti, con uno stile schietto pare rammentare quanto diceva Seneca: ”Ogni luogo è patria mia perché da ogni luogo vedo il cielo”.
Monumentalità e palpitante vitalità sono rintracciabili in Paolo Vanzolini in cui, di certo, la facoltà poetica non difetta; il vigore dell’immaginazione e l’intensità espressiva delle figurazioni esplicitano forme decise e suggestive, con il gusto dei contorni, delle linee e del movimento; cosa aggiungere beltà e dolcezza, dolci sinuosità!
Eccoci alle conclusioni. Riprendendo il sottotitolo dell’esposizione “Sintesi esistenziale di artisti arguti”, si evince senza ombra di dubbio quanto segue: l’arte è un atto di civiltà; propone un viaggio per svelare le contraddizioni del reale; è testimonianza significativa; dovere di tutti è contrastare le derive sociali e culturali. In tale senso, l’aggettivo “esistenziale”, fatto proprio dai sei “arguti artisti” in mostra a Castelvecchio Subequo, non è casuale, perché indica il “Dasein” (esserci tra le cose) di Martin Heiddegger (1889-1997), il “me che sfugge a ogni oggettivazione” di Karl Jaspers, “l’in sé” del mondo di Jean-Paul Sartre (1905-1980), “la presenza di un essere all’essere” di Gabriel Marcel (1889-1973)".
Dott.ssa Stefania Di Carlo, storica dell’arte.

